Non più cordiale ma una radio nella botticella

Anche se le tecniche di salvataggio sono oggi molto cambiate, il San Bernardo non ha perso le sue doti di finissimo olfatto e grande resistenza. Vive bene anche in pianura, è un cane dolce, molto deciso, ma quando può tornare sui suoi ghiacciai sa dimostrare ancora tutta l’atavica forza.

Sul Monte Bianco con i Cani di San Bernardo

L’impressione, come accade sempre quando si sale ad alte quote, è quella dell’immensità grandiosa e dell’imponente purezza che ci domina. Vette irte di rocce, grandi ghiacciai, un cielo blu profondo come profondo è il silenzio assoluto turbato solo dal vorticare del vento. Spettacolo incomparabile quello delle Alpi nel massiccio del Monte Bianco, un paesaggio rimasto immutato nei secoli. E anche il grosso cane che sta accovacciato di fronte a noi ha un che di immenso e infinito. Anche lui, con la sua forza tranquilla, con quell’espressione dolce e quel corpo massiccio, dà un’idea di immutabilità. Il suo nome è Nara, la sua razza Cane di San Bernardo, la sua vocazione ricerca e salvataggio dispersi. Le origini di questo cane, che è tra i più famosi del mondo, anche se non tra i più diffusi, si perdono nel tempo. C’è chi lo vuole discendente diretto del mitico Mastino tibetano, chi ne ipotizza la creazione da selezioni di razza del Molosso pesante romano portato in Svizzera dai legionari durante le guerre galliche. La prima testimonianza certa su questo cane, allevato e selezionato dai bravi monaci Cenobiti dell’Ospizio di San Bernardo a 2400 metri di altitudine sulle Alpi svizzere tra Aosta e Martigny, risale però al 1659. Da allora a oggi viandanti, pellegrini, montanari e poi semplici turisti manti della montagna hanno sempre avuto nel Cane di San Bernardo un amico, un punto di riferimento sicuro, molte volte un soccorritore insperato. Sono molte centinaia i casi di cui questi splendidi, intelligenti e resistentissimi cani hanno tratto in salvo persone smarrite, congelate o travolte dalle valanghe. Il solo Berry, il più celebre dei cani dell’Ospizio, nei suoi dieci anni di lavoro salvò la bellezza di 44 persone diventando un mito. Il suo corpo è ancora conservato al Museo di Storia naturale di Berna come omaggio a tutti gli altri anonimi eroi e come simbolo di un’epoca forse oggi tramontata. A quei tempi, per vegliare sugli aspri sentieri che si inerpicavano sui valichi alpini, era indispensabile un cane di grande mole e grande resistenza, capace di stare ore e ore al gelo e con la potenza fisica necessaria per estrarre dalla neve con le sue sole forze un malcapitato. Oggi è tutto cambiato. Sui passi alpini si transita in auto o sotto i tunnel; nei casi di valanga il Soccorso alpino può intervenire in pochi minuti con gli elicotteri e su un elicottero si preferisce un cane meno ingombrante, anche se meno resistente. Il cane di San Bernardo sembrava così destinato ad andare in pensione anche perché i monaci di San Bernardo non hanno mai avuto la vocazione di allevare animali da esposizione, per cui hanno sempre privilegiato le caratteristiche di lavoro e di carattere su quelle estetiche. Solo in quest’ultimo secolo a essi si sono affiancati attenti e appassionati allevatori, un po’ in tutto il mondo, ma soprattutto qui in Italia. Si deve all’opera di Antonio Morsiani, per esempio, non solo la compilazione del più completo ed elaborato Commento allo standard che fa ampiamente testo in materia, ma soprattutto l’aver dimostrato che il Cane di San Bernardo può vivere bene anche in pianura e non solo in alta montagna. Dal suo allevamento di Bagnara di Romagna sono infatti usciti gli esemplari più belli e apprezzati degli ultimi decenni e più di 300 campioni in tutto il mondo. Anche Nara del Soccorso è nata dai Morsiani, ma oggi è diventata leader di un Gruppo di lavoro guidato dai coniugi Bisi di Parma. E’ lei che abbiamo incontrato sui ghiacciai del Monte Bianco insieme con altri San Bernardo impegnati in un’esercitazione di soccorso, sotto le insegne del “Gruppo di lavoro del Club italiano San Bernardo”, un’organizzazione creata dagli stessi coniugi Bisi e che opera già da tempo in collaborazione con la Protezione Civile. “Nara ha già al suo attivo due ritrovamenti di persone”, dice orgogliosa la signora Maria Grazia, “anche se in queste occasioni noi preferiamo dire che il merito è di tutto il Gruppo”. Ma come mai questo ritorno alle origini, questo ritrovarsi sulle nevi delle Alpi? “Stiamo lavorando per mantenere in questi cani quello che è il loro patrimonio genetico più importante: l’olfatto finissimo, l’istinto al salvataggio, la notevole sensibilità. Aggiunga poi che per un San Bernardo, anche nato e vissuto in pianura, andare sulla neve è sempre una gioia”. I Bisi insistono molto anche sulle caratteristiche di lavoro del San Bernardo che oggi può essere addestrato come altri cani da difesa e utilità a prescindere dalla sua grande mole e sempre nel rispetto del suo carattere. Ma eccoci all’esercitazione vera e propria. L’addestratore ci spiega come in poche settimane si insegna al cane a ritrovare un uomo anche molto distante affidandosi solo al fiuto, poi si insegna al cane ad avvicinarsi, a scavare per liberare il corpo, a tirarlo per il braccio, a liberarlo dalla neve, a scaldarlo con il fiato. Tutte le cose che i vecchi San Bernardo dell’Ospizio dei monaci sapevano fare alla perfezione, compreso ridare energie al viandante assiderato offrendo la forte acquavite contenuta nella loro botticella di legno. Oggi magari i San Bernardo al posto della botticella portano un rilevatore elettronico che permette di individuarne la posizione. Non vivono più in un ospizio di monaci, ma in moderni allevamenti, non escono più all’alba delle giornate brumose per percorre sentieri impervi, ma arrivano a bordo di elicotteri. Molti altri cani possono esser utilizzati per il lavoro di ricerca e salvataggio, ma nessuno può avere il “teleolfatto” di un San Bernardo, il suo atavico amore per l’uomo, la sua tranquilla e irresistibile forza.

Di Donata Geroldi