Sono arrivati i cani di Twin Peaks
I Segugi che nel serial di David Lynch ricercavano l’assassino di Laura Palmer vivono anche nel nostro Paese. Un gruppo di soccorso attivo nel Parmense utilizza due soggetti provenienti dagli Stati Uniti per individuare persone scomparse. Ottengono eccezionali risultati.
Bloodhound in Italia
Dillinger, genio del crimine che negli anni ’20 si meritò con le sue numerose e rocambolesche evasioni la fama di Primula Rossa, non doveva amare il Bloodhound. In molte occasioni, i suoi tentativi di fuga dai penitenziari di mezza America furono stroncati dai cani che le guardie carcerarie sguinzagliavano sulle sue tracce. Erano Bloodhound. Sì, perché questi grossi Segugi, selezionati a partire dal ‘700 nei monasteri delle Ardenne, furono importati negli Stati Uniti nel secolo scorso e subito i pratici ex sudditi di Sua Maestà d’Inghilterra pensarono di sfruttare le loro eccezionali doti di olfatto non per la caccia al selvatico ma per quella all’uomo.
Il capitano Mullikin, il più celebre addestratore di Bloodhound di tutti t tempi, riuscì grazie ai suoi cani, ad assicurare alla giustizia ben 2.500 delinquenti. Le imprese di questo detective e dei suoi “agenti” sono avvolte in un alone di leggenda. Si narra, per esempio, che Mullikin e la sua muta seguirono per 55 miglia la pista di un malvivente. Quando stavano per acciuffarlo, dovettero fermarsi perché una femmina, inaspettatamente, partorì. Ma il capitano non si perse d’animo e, rispediti a casa madre e cuccioli, si gettò nuovamente sulle orme del pericoloso fuggiasco e, dopo averlo braccato per altre 135 miglia, portò a termine la sua cattura.
Le gesta poliziesche del Bloodhound meritarono alla razza l’attenzione ma non la simpatia della gente, che da sempre, è inutile negarlo, prova maggiore attrattiva per chi scappa che per chi insegue. Inoltre, l’immaginario collettivo aveva classificato il Bloodhound come un cane dalle abitudini truculente, anche perché blood in inglese vuol dire sangue. Erano in pochi a sapere che in Belgio, suo Paese d’origine, la razza era conosciuta come Chien de Saint Hubert in ricordo del nobiluomo che, durante una battuta di caccia in compagnia dei suoi Segugi, vide un cervo che recava fra le corna una croce luminosa. L’apparizione lo colpì a tal punto che abbandonò la dissipazione per dedicarsi alla vita monastica, in cui si distinse fino a essere canonizzato. Questa vicenda da libro agiografico però non uscì mai dalla zona delle Ardenne e non potè controbilanciare la fama sinistra di braccatore di uomini che il Bloodhound s’era creata.
Ci volle la matita di Walt Disney per far nascere l’affetto dei cinofili attorno a questa razza. Quando nel 1930 il genio dei cartoon decise di affiancare al già popolarissimo Topolino un cane che lo coadiuvasse nella lotta ai malfattori volle che fosse un Bloodhound. Ne ingentilì le forme rispetto a quelle originali, lo dotò di uno sguardo che sprizzava gioia di vivere e di lunghissime orecchie penzolanti ed ecco delinearsi Pluto, il più conosciuto cane poliziotto della storia. La simpatia del compagno di Topolino contribuì in maniera decisiva a dissolvere l’accusa di sanguinarietà che si muoveva contro questo cane. Gli allevatori inglesi e statunitensi, protagonisti delle vicende recenti della razza, videro improvvisamente moltiplicarsi le richieste per i loro soggetti.
Finalmente tutti si resero conto che il Bloodhound non era un aguzzino da penitenziario ma un cane dall’indole buona che facilmente si adattava alla vita di famiglia. Ci si accorse che non necessitava di grandi spazi, abbaiava pochissimo, era pulito per natura e sopportava anche i bambini più irrequieti. In breve il Bloodhound divenne un cane da compagnia, fu sollevato dall’incarico di guardia carceraria ma, nonostante il suo imborghesimento, non smarrì la sua incredibile capacità di seguire la traccia. Così da qualche decennio, soprattutto negli Stati Uniti, s’è pensato di utilizzare questo Segugio per ricercare persone scomparse. A un Bloodhound ben addestrato basta annusare per qualche istante l’impronta lasciata sul terreno da chi s’intende ritrovare per individuare la traccia da seguire. E non mollerà la pista fino a quando non raggiungerà il suo scopo, dovesse percorrere centinaia di chilometri.
Insomma, questo cane sarebbe un ottimo acquisto per la redazione di “Chi l’ha visto”, la trasmissione di successo di Raitre. E, sempre in tema di piccolo schermo, abbiamo di recente ammirato Bloodhound al lavoro anche in “Twin Peaks”, il serial del regista David Lynch, sguinzagliati dallo sceriffo interpretato da Kyle MacLachlan alla ricerca dell’assassino di Laura Palmer.
In Italia non vivono molti Bloodhound. Sono quasi tutti importati dalla Gran Bretagna e quindi attinenti allo standard inglese della razza. Rarissimi sono quelli provenienti dagli Stati Uniti, di taglia leggermente maggiore. Fra questi ultimi si sono distinti i due cani di Maria Grazia Lori, un’esperta addestratrice di Parma che, due anni fa, decise di integrare i Segugi nel suo gruppo di salvataggio formato di San Bernardo, Pastori Tedeschi e Dobermann. Quella di Maria Grazia era una vera e propria scommessa perché mai nessuno nel nostro Paese era riuscito a istruire dei Bloodhound alla ricerca degli scomparsi ma, con l’aiuto di Giancarlo Bisi, pure lui valente addestratore, la signora di Parma la vinse.
Nelle frequenti esercitazioni a cui sono sottoposti Alex e Annie, questi i nomi dei soggetti immortalati dall’obiettivo del nostro fotografo, dimostrano il loro alto grado di apprendimento. Portano a termine senza errori impegnativi percorsi a ostacoli e non si tirano indietro davanti al salto del fuoco. Naturalmente, questi exploit sono costati a Maria Grazia Lori mesi e mesi di sacrifici ma lei li ha affrontati con coraggio, sicura che i cani avrebbero ripagato i suoi sforzi.
Alex e Annie lavorano anche sulla traccia. Oggi sono in grado di rintracciare in cinque minuti una persona nascosta a due chilometri di distanza.
Dato che era impossibile per un uomo tenere la loro andatura, Maria Grazia Lori, considerato che i luoghi in cui operano i suoi cani erano inaccessibili persino ai moderni fuoristrada, pensò che il mezzo ideale per seguirli fosse il cavallo. Anche questa puntata alla cieca ma, dopo qualche tempo, il sincronismo di lavoro fra Bloodhound, destrieri e cavalieri divenne perfetto. Oggi Alex e Annie sono i componenti più singolari del Gruppo Polar Nara Agor, che spesso è chiamato in causa dalla Protezione Civile per ritrovare persone scomparse.
Questo organismo, attivo soprattutto in Emilia Romagna, ha risolto molti casi ottenendo lusinghieri apprezzamenti da parte delle autorità. Altri certo ne verranno quando sarà richiesta la piena operatività di Alex e Annie.
Di Corrado Dragotto – Foto di Carlo Pozzoni